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SVILUPPO-AFRICA
Violenza sulle donne, è il momento di agire
Joyce Mulama

ADDIS ABEBA, 24 novembre 2008 (IPS) - La violenza contro le donne è stato uno dei temi centrali dell'incontro continentale che ha passato in rassegna i progressi compiuti verso il raggiungimento dell’uguaglianza di genere in Africa.


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I partecipanti al sesto Forum sullo sviluppo dell’Africa (ADF VI) di Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, hanno chiesto ai loro leader di impegnarsi di fronte al fallimento nell’attuazione delle dichiarazioni internazionali per porre fine alla violenza contro le donne.

“Si parla tanto e si firmano accordi su questi temi, ma c’è pochissima azione”, ha dichiarato all’IPS, a margine dell’incontro, Botha Mbuyiselo, della Sonke Gender Justice Network in Sud Africa.

”I nostri politici devono passare dalla retorica all’azione. Devono trovare un approccio proattivo per agire collettivamente contro la violenza”, ha sottolineato.

Il presidente dell’Etiopia Girma Wolde-Giorgis ha espresso sentimenti analoghi nel suo appello in apertura all’incontro (19-21 nov). “È tempo di passare dalle parole ai fatti. È il momento di attuare ciò che abbiamo dichiarato, e di elaborare piani per verificare i progressi concreti”.

Tra le dichiarazioni citate all’incontro, e firmate dai leader del continente, il Protocollo della Carta Africana sui diritti umani e dei popoli: adottato nel 1998 a Banjul, Gambia, il documento è molto chiaro sul tema della lotta contro la violenza sulle donne.

I leader hanno poi aderito alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, del 1979; un accordo che prevedeva la creazione di strutture specifiche per combattere la violenza sulle donne. Un fenomeno che è ancora molto diffuso in Africa; e che si è perpetuato anche grazie alle scappatoie nelle legislazioni nazionali, che hanno spianato il terreno agli abusi contro le donne.

Per esempio, la legge sui reati sessuali del Kenya approvata nel 2006 contiene una clausola che molti ritengono possa penalizzare le donne che denunciano i colpevoli degli abusi sessuali, pregiudicando l’efficacia stessa della legge.

“Possono essere imputate di falsa accusa di stupro, per la mancanza di prove da presentare. Ed è chiaro che non sempre le donne riescono a denunciare subito una violenza; così, quando lo fanno, potrebbero non esserci più le prove”, ha spiegato all’IPS nell’incontro di Addis Abeba Kacinta Muteshi, ex presidente della “Commissione di genere” del Kenya.

Per di più, la legge è stata criticata perché prevede una pena massima per stupro - l’ergastolo - ma non stabilisce la sentenza minima, che è lasciata alla discrezione del giudice. Questa ambiguità, spiegano le attiviste per i diritti delle donne, rischia di sminuire la gravità del reato.

Nel caso del Sud Africa, anche se la legislazione stabilisce una sentenza minima tra 10 e 25 anni per i reati di stupro, la pena non sempre viene rispettata, sostiene Mbuyiselo. “I nostri governi devono assicurare l’osservanza della legge, per mandare un chiaro messaggio ai colpevoli e impedire ogni ulteriore atto di violenza contro le donne”, ha affermato.

Il suo paese registra ogni anno 55mila casi di stupro, secondo i dati ufficiali: il più alto numero di casi in tutto il continente.

In diversi paesi africani ci sono ritardi sui possibili miglioramenti nella legislazione. In Kenya, la Legge sulla violenza domestica (di tutela della famiglia) è ancora sospesa, dopo essere stata introdotta in parlamento otto anni fa. Nella vicina Uganda, la analoga Legge sulle relazioni domestiche langue in parlamento da circa dieci anni.

Tra gli obiettivi dell’ADF VI, la creazione di un piano d’azione per stabilire tra le altre cose una rigida attuazione delle legislazioni nazionali ed internazionali sulla violenza contro le donne, e i successivi controlli.

Ma secondo molti attivisti presenti all’incontro, una migliore legislazione non è sufficiente per porre fine a questo fenomeno. La cultura è ancora un forte ostacolo che bisogna affrontare. La convinzione ancora diffusa che le donne africane siano proprietà degli uomini e che perciò devono essere maltrattate è solo una delle norme culturali riconosciute come disastrose per le donne.

La storia di Naisianoyi Parakuyo è un caso tra i tanti: “Mio marito mi picchiava ogni giorno, dicendo che ero di sua proprietà visto che aveva pagato la dote, e che mi avrebbe fatto ogni cosa avesse voluto. Ho sopportato questa situazione per molti anni, finché un giorno mi ha ferita con un colpo di spada sulla mano, che avevo alzato per proteggere il petto, che era il suo obiettivo”, ha raccontato, indicando una profonda cicatrice sulla mano sinistra.

In un’intervista all’IPS a margine dell’incontro, Parakuyo, una Masai del Kenya, ha raccontato di come è fortunata ad essere ancora viva dopo essere scampata ai brutali attacchi del marito, pur essendo rimasta colpita nella sua autostima. Oggi è un’attivista che parla alle comunità della violenza femminile.

Tra le altre pratiche che promuovono la violenza contro le donne, l’eredità sulla moglie, ancora profondamente radicata in diverse società africane. Una vedova viene “ereditata” dal cognato o da un pretendente scelto dagli anziani del villaggio, dopo la morte del marito. In alcuni casi, le vedove vengono ereditate con la forza; se rifiutano, vengono maltrattate fisicamente oppure cacciate dal nucleo familiare.

Queste tradizioni e pratiche culturali si sono dimostrate difficili da spezzare, nella lotta contro la violenza sulle donne. “È facile dire che la cultura rappresenta una grande sfida alla lotta contro questo tipo di violenza. Ma quanto alle risposte effettive nella cultura, credo sia un lavoro che non è ancora neanche cominciato”, ha detto Muteshi all’IPS.

”È importantissimo cominciare a guardare seriamente a quali tipi di intervento sono necessari per affrontare il problema culturale, poiché è nella cultura che si scrive il copione del [conflitto di] genere. È nella cultura che viene rappresentato il copione dei rapporti di potere”, ha aggiunto.

Alcuni interventi pratici, è stato suggerito all’incontro, dovrebbero cominciare a livello della famiglia: i genitori devono insegnare ai figli, e trattare allo stesso modo i maschi e le femmine. “Non dobbiamo far pensare ai maschi che sono superiori alle figlie femmine; non dobbiamo separare i ruoli domestici, mostrando che alcune funzioni spettano solo ai maschi, o solo alle femmine. È qui che comincia la lotta alla violenza sulle donne”, sottolinea Barry Bibita Niandou, ministro del Niger per la promozione della donna e la tutela dell’infanzia.

Organizzato da Unione Africana, Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa e Banca di sviluppo africana, il tema dell’incontro era l’Azione sulla parità di genere, l’empowerment femminile e porre fine alla violenza contro le donne in Africa.(FINE/2008)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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