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EDITORIALE: È giunta l'ora della cultura della pace
Federico Mayor Zaragoza

Federico Mayor Zaragoza, Presidente della fondazione Cultura della Pace; ex Direttore Generale UNESCO
BARCELLONA, 2 novembre 2009 (IPS) - È giunta l’ora. La cultura e l’economia della guerra, il dominio egemonico dei “globalizzatori” sono falliti clamorosamente; e a che prezzo, in termini di sofferenza, fame, povertà estrema, lacerazioni sociali… Serve un “nuovo inizio”, in coincidenza con il nuovo secolo e il nuovo millennio.


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Da sempre predominano la forza e la prevaricazione, la violenza e gli scontri armati, al punto che la storia non sembra altro che un’infinta successione di battaglie e conflitti, in cui la pace non è che una pausa, un breve intervallo. E così passano i secoli, uno dopo l’altro, con fugaci tentativi di emancipazione.

Educata all’esercizio della forza, abituata a rispettare la legge del più forte, più allenata a usare i muscoli che il cervello, l’umanità è stata protagonista dei conflitti più sanguinosi. L’inimicizia soppianta la fratellanza.. L’altro, vicino o distante, non è il fratello con cui condividere un destino comune, ma un avversario, il nemico da sconfiggere. Il nostro passato è segnato da una catena interminabile di scontri, attacchi e rappresaglie, di vincitori e vinti, rancori e malanimo, di violenza fisica e spirituale.

Fortunatamente, c’è una storia parallela invisibile, fatta di giorni che si susseguono forgiati nella disponibilità, nella generosità, nella creatività, tratti distintivi del genere umano. È un ordito fitto, impareggiabile e non deciduo, perché intessuto dello sforzo di molte vite, dedicate tenacemente ogni singolo giorno ad erigere i baluardi della pace.

“Non ci sono strade che conducono alla pace, la pace è la strada”, ricordava il Mahatma Ghandi. Una strada sostenuta da valori e principi. Ma soprattutto dalla giustizia. La pace è al tempo stesso condizione e risultato, seme e frutto. Per prevenire i conflitti è necessario identificarne le cause. Evitarli è la vittoria maggiore.

L’Unesco, l'Organizzazione dell’Onu cui è affidato il compito di costruire la pace attraverso l’educazione, la scienza, la cultura e la comunicazione, ricorda nel preambolo della propria Costituzione che spetta ai “principi democratici” di giustizia, libertà, uguaglianza e solidarietà indicare la grande transizione da una cultura della violenza e della guerra a una cultura del dialogo e della conciliazione. Il grande programma condotto negli anni Novanta “Verso una cultura di pace” prese avvio proprio dall’Unesco.

La Dichiarazione e il programma di azione per una Cultura di pace, approvati nel settembre 1999, stabiliscono che la cultura della pace è un insieme di valori, atteggiamenti e comportamenti che rispecchiano il rispetto per la vita, l’essere umano e la sua dignità. Il Piano di azione contiene le misure educative, di genere, sviluppo, libertà di espressione, ed altre ancora, da implementare per avviare la grande transizione che ci porti dalla forza alla parola: sviluppare l’educazione alla pace, ai diritti umani, e alla democrazia; alla tolleranza e alla reciproca comprensione - sia nazionale che internazionale; lottare contro ogni forma di discriminazione; promuovere i principi e le pratiche democratiche in tutti gli ambiti della società, combattere la povertà e raggiungere uno sviluppo endogeno e sostenibile i cui benefici giovino a tutti, e che dia a ognuno una vita dignitosa; mobilitare la società per suscitare nei giovani il desiderio forte di trovare nuove forme di convivenza, fondate sulla riconciliazione, la generosità e la tolleranza, nonché sul rifiuto di qualsiasi forma di oppressione e violenza; su una equa distribuzione della ricchezza, sulla libera circolazione delle informazioni e sulla condivisione della conoscenza.

Il Manifesto 2000, lanciato in occasione dell’Anno Internazionale per la Cultura della Pace e firmato da oltre 110 milioni di persone in tutto il mondo, stabilisce l’“impegno, nella mia vita quotidiana, nella mia famiglia, nel mio lavoro, nella mia comunità, nel mio paese, nella mia regione: a rispettare tutte le vite, rifiutare la violenza; dare spazio alla generosità; ascoltare per comprendersi; preservare il pianeta e reinventare la solidarietà”. Si tratta proprio di questo: di farci coinvolgere e impegnarci personalmente nel processo che in pochi anni può rischiarare l’orizzonte, oggi così scuro, permettendo la convivenza pacifica di tutti gli abitanti della terra.

Sono già molti i paesi, le regioni e i comuni che hanno inserito nella propria costituzione o statuto la cultura della pace. È fondamentale che questa adozione sia sempre più diffusa, ma ancor più importante è che cresca la consapevolezza popolare che è giunta l’ora di non accettare più l’imposizione e l’obbedienza cieca al potere, perché i cittadini non sono più sudditi, né spettatori, ma sono diventati attori, che si lasciano alle spalle il silenzio e la paura, spogliandosi del vassallaggio, per diventare agenti di pace.

Oggi, la partecipazione a distanza con la telefonia mobile e gli SMS, oppure Internet, permette di cambiare radicalmente i fondamenti della democrazia, ovvero la consultazione popolare.

In questi 10 anni è stato fatto molto. Ma l’inerzia degli interessi, la resistenza dei più ricchi alla condivisione, ostacolano l’avvento della cultura della pace, della parola, dell’alleanza e della comprensione.

Ma presto cederanno. È giunta l’ora. © IPS (FINE/2009)

 

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