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DIRITTI: La potenza cinese, un pericolo per la pace secondo i Premi Nobel
Ranjit Devraj

I Premi Nobel per la pace Jody Williams (a sinistra) e Mairead Maguire (a destra)
Foto: Ranjit Devraj/IPS

NUOVA DELHI, 4 novembre 2009 (IPS) - Una Cina sempre più potente che ignora i diritti umani in Tibet e nello Xinjiang rappresenta un pericolo per la pace mondiale, hanno dichiarato i Premi Nobel per la pace Mairead Corrigan Maguire e Jody Williams.


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“Non vogliamo vedere una Cina leader mondiale perseguire il cammino dell’egemonia”, ci ha detto Maguire. “Abbiamo visto come simili politiche adottate dagli Stati Uniti abbiano condotto il mondo alla guerra, in Iraq, in Afghanistan e in altre parti del mondo”.

Secondo Williams, la Cina, in quanto “nuovo impero economico” mondiale, è riuscita a portare avanti la sua politica di repressione in Tibet e a negare una vera autonomia ai tibetani. La donna ha definito “terrificante” il rifiuto del presidente Usa Barack Obama (Premio Nobel per la Pace di quest’anno) di incontrare il leader spirituale tibetano, il Dalai Lama (Nobel per la pace nel 1989).

“Non consentiremo un predominio di questo tipo [della Cina]”, ha detto Williams. Maguire, Williams e Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace 2003, si trovavano nella capitale indiana lo scorso weekend dopo aver incontrato il Dalai Lama presso la sede del governo tibetano in esilio, a Dharamsala, ed aver espresso il loro supporto all’impegno del leader tibetano per una vera autonomia del Tibet, a nome di otto Premi Nobel.

Maguire vinse il Nobel per la pace nel 1976 per le sue attività contro le violenze settarie nella natia Irlanda del Nord, mentre Williams è vincitrice del Premio 1997, per il lavoro svolto a favore della rimozione delle mine antipersona. Ad Ebadi, fu conferito il Premio Nobel nel 2003 per la promozione dei diritti umani in Iran, in particolare i diritti di donne, bambini e prigionieri politici.

Tra gli altri firmatari della lettera di sostegno consegnata al Dalai Lama la scorsa settimana, i Premi Nobel Desmond Tutu, Rigoberta Menchu Tum, Adolfo Perez Esquivel, Betty William e Wangari Maathai.

Con questa lettera, i Nobel chiedono a Pechino di mettere in atto le leggi consacrate dalla Costituzione cinese per riconoscere ai tibetani i loro diritti legittimi e un’autonomia vera.

“Per 50 anni, il Dalai Lama e il popolo tibetano hanno condotto una battaglia pacifica per preservare la loro antica cultura, religione, lingua e identità”, recita la dichiarazione, in riconoscimento del fatto che mezzo secolo fa il Dalai Lama dovette fuggire dal suo palazzo nella capitale tibetana di Lhasa e dopo aver attraversato l’Himalaya si rifugiò in esilio in India.

La presenza del Dalai Lama in India è da sempre motivo di attrito tra Cina e India, e non ha certo contribuito alla risoluzione della storica disputa sulla loro frontiera comune, sfociata in guerra aperta nel 1962.

Negli ultimi mesi, Pechino è tornata ad avanzare pretese sullo stato nord-orientale indiano dell’Arunachal Pradesh, che chiama “Piccolo Tibet”, e ha bocciato i programmi del Dalai Lama di visitare il territorio a novembre. Ma il governo indiano ha risposto ribadendo che l’Arunachal Pradesh rimane parte integrante dell’India, e che il Dalai Lama è libero di recarsi ovunque desideri nel paese.

“Visto che la questione tibetana resta tragicamente irrisolta e i tibetani continuano a sopportare uno stato di repressione in Tibet, vogliamo esprimere la nostra preoccupazione e il nostro sostegno al Dalai Lama per il suo impegno non violento in favore dell’autonomia per il popolo tibetano”, si legge nella dichiarazione.

I Premi Nobel sollecitano il governo cinese a “adottare misure immediate e concrete per risolvere il problema dello status del Tibet mettendo fine a politiche oppressive che continuano ad emarginare e ad impoverire i tibetani nella loro stessa terra”. Le autorità cinesi accusano il Dalai Lama di essere un elemento “divisionista” avendo strappato il Tibet alla Cina, e lo descrivono come un “lupo in abiti da monaco, e un diavolo dal volto umano”.

In un libro bianco pubblicato lo scorso marzo, un anno dopo le violente repressioni governative delle proteste scoppiate tra i monaci buddisti tibetani contro la Cina, Pechino parla di progressi importanti raggiunti nella causa dei diritti umani in Tibet, e di miglioramenti nelle condizioni di vita del popolo tibetano.

Il documento mette poi in guardia il Dalai Lama e i suoi seguaci contro i tentativi di separatismo, dal momento che “la storia ha chiaramente dimostrato che è impossibile restaurare il vecchio ordine”.

Secondo Maguire, la comunità internazionale non può ignorare il Dalai Lama e i suoi fedeli, in quanto essi “hanno affermato valori fondamentali che il mondo rischia di perdere”, e rappresentano “un modello” poiché “nonostante gli attacchi contro il loro popolo e la loro cultura, pregano e praticano la compassione e il rispetto per la dignità di tutti gli esseri umani”.

“Con la loro transizione pacifica dalla antica tradizione di supremazia di un gruppo ristretto di sovrani ereditari, verso un governo di leader democraticamente eletti, i tibetani costituiscono un esempio virtuoso”, ha osservato Maguire, riferendosi al governo tibetano in esilio a Dharamsala.

“Se una comunità esiliata dalla propria terra d’origine e dispersa per il mondo riesce a ricongiungersi e ad evolversi in una società democratica che rispetta i diritti umani, allora ogni comunità può farlo”, sostiene Maguire. “I tibetani hanno anche dimostrato come i valori umani comuni fondamentali possono e devono trascendere la geografia, l’etnia e la cultura”.

I tibetani hanno compiuto la scelta straordinaria di impegnarsi in una protesta pacifica, non violenta, contro la distruzione della loro cultura e l’occupazione della loro terra. “In questo modo, hanno seguito il grande esempio indiano di Mahatma Gandhi, che è stato un modello per i movimenti per la pace e la democrazia in Irlanda del Nord e Iran”, ha aggiunto Maguire.

I Premi Nobel stanno esortando i governi della regione e del mondo intero a fare pressioni su Pechino perché avvii un dialogo costruttivo con i rappresentanti del popolo tibetano, e prenda in considerazione la proposta del Dalai Lama di trasformare il Tibet in una zona di pace, libera dalle armi nucleari, dove i diritti umani e le libertà democratiche fondamentali siano rispettate e l’ambiente naturale ripristinato e tutelato”.

“Non c’è ragione per cui il governo della Cina e i leader mondiali che nel mondo sostengono i tibetani non possano lavorare insieme per ascoltare e rispondere agli appelli del popolo tibetano, impegnandosi in seri negoziati sul futuro status del Tibet e delle relazioni tra il popolo tibetano e quello cinese”, si legge ancora nella dichiarazione dei Premi Nobel. © IPS (FINE/2009)

 

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