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Le storie non raccontate di violenza sulle donne
Miren Gutierrez* e Oriana Boselli

ROMA, 1 dicembre 2009 (IPS) - “Non c’è bisogno di andare lontano, è tutto intorno a noi”, dice Robert Dijksterhuis, a capo della divisione Gender del Ministero degli Affari Esteri olandese, in una stanza gremita di donne. “Una donna su tre nel mondo ha subito abusi di vario genere - il più delle volte da parte di qualcuno che conosce”, aggiunge, citando i numeri di UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione).

   
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Miren Gutierrez/IPS
Foto: Miren Gutierrez/IPS

Un vasto pubblico di donne -e uomini- impegnati ha partecipato alla conferenza indetta da IPS, sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e del Comune di Roma, per parlare dell’emergenza diffusa e del ruolo dei media.

Il Fondo delle Nazioni Unite per le Donne (UNIFEM) afferma nel documento “La violenza contro le donne nel mondo” che più del 70 per cento delle donne è vittima di violenza fisica o sessuale durante la propria vita, nella maggioranza dei casi perpetrata da mariti, partner o conoscenti. Per le donne in età compresa tra i 15 e i 44 anni, gli atti di violenza causano più morti e disabilità di cancro, malaria, incidenti stradali e guerre sommati.

La violenza contro le donne è dilagante.

In Sudafrica, muore una donna ogni sei minuti per mano di una persona conosciuta dalla vittima; in Guatemala, ogni giorno vengono assassinate in media due donne. A San Paolo, in Brasile, ogni 15 secondi una donna viene assalita. Lo stupro è inoltre diffuso nei conflitti armati in Colombia, Darfur e Sudan.

Ma questo fenomeno colpisce anche i paesi sviluppati, non solo contesti in via di sviluppo. Negli Stati Uniti, l’ottantatré per cento delle ragazze tra i 12 e i 16 anni ha subito molestie sessuali nelle scuole pubbliche, e un terzo delle donne assassinate ogni anno è ucciso per mano del proprio partner; nell’Unione Europea, tra il 40 e il 50 per cento delle donne ha subito una qualche forma di proposta sessuale indesiderata, di contatto fisico o altre forme di molestia sessuale sul posto di lavoro.

Nonostante questo, secondo UNFPA, la società civile, i mezzi di comunicazione e i politici hanno cominciato solo recentemente ad unire i propri sforzi per cambiare la percezione del fenomeno della violenza contro le donne, cercando di abbattere il muro di indifferenza che ha sempre caratterizzato il problema.

E qui entrano in gioco i mezzi di comunicazione.

Secondo il Sottosegretario degli Affari Esteri Vincenzo Scotti, “la comunicazione può essere uno degli strumenti più efficaci” nella lotta contro questo tipo di violenza.

Nel “cambiare le norme culturali e sociali che sostengono la violenza”, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) conferma che i media – che sono riusciti ad affrontare positivamente una serie di questioni legate alle salute – possono svolgere un ruolo importante nella lotta alla violenza.

Allo stesso tempo documenti come “L’influenza della violenza nei media sui giovani”, pubblicato dall’American Physiological Society, mostrano come le immagini di donne vittimizzate nei programmi riducano la percezione della violenza nella realtà.

La situazione è resa ancora peggiore dalla sottorappresentanza delle donne nei mezzi di comunicazione e da una visione sbagliata del loro ruolo. Media Monitoring Africa – organizzazione che promuove un corretto uso del giornalismo – denuncia la scarsa presenza di donne all’interno dei media e gli stereotipi con cui esse vengono rappresentate, spesso solo come vittime o come parenti di qualcuno.

“L’influenza delle donne nel giornalismo è uno dei problemi centrali nelle ricerche femministe sui media”, si osserva nel rapporto di Monika Djerf-Pierre “The Gender of Journalism”.

Gli studi di Djerf-Pierre dimostrano che, anche in nazioni come la Svezia (al quarto posto nel rapporto Global Gender Gap (GGG) pubblicato dal Forum Economico Mondiale), “il giornalismo sia un ambito dominato dagli uomini”. Gli studi dimostrano come oggi circa metà dei giornalisti svedesi siano donne, ma anche come tre quarti delle posizioni dirigenziali siano appannaggio maschile. E in altri paesi la situazione è peggiore.

Secondo Dijksterhuis, la comunicazione può essere usata in una realtà in movimento con le nuove tecnologie, influenzando la realtà; bisogna creare contatti più forti con le ONG, i mezzi di comunicazione e gli altri soggetti (un’opinione espressa da molti relatori durante la conferenza); è inoltre necessario monitorare costantemente la situazione, poiché “gran parte dell’informazione è influenzata dagli uomini”.

I diritti dell'informazione devono diventare parte di questo sforzo, ha affermato Jac SM Kee, coordinatrice del Gruppo di Pressione per i Diritti delle Donne dell’Associazione per le Comunicazioni Progressiste. La sua associazione è impegnata nello sforzo di “risanare le tecnologie applicate all’informazione e comunicazione (ICTs) per fermare la violenza e incentivare il connubio tra i diritti della comunicazione e i diritti umani delle donne, specialmente per ciò che concerne la violenza contro le donne.

Mona Azzalini, del Global Media Monitoring Project in Italia, ha parlato della più grande ricerca mondiale sulla partecipazione delle donne nei mezzi di comunicazione, che verrà distribuita nel 2010.

L’iniziativa “promuove un cambiamento nella rappresentazione femminile” e crea “una rete di gruppi di pressione” che combatte la discriminazione e gli stereotipi nei media. L’ultimo monitoraggio, svolto nel 2005, si concentrava su quattro aspetti: la rappresentazione della donna come soggetto dell’informazione, i giornalisti, il contenuto delle notizie che presentavano stereotipi e discriminazioni, le pratiche giornalistiche.

I risultati della ricerca del 2010 verranno confrontati con il rapporto del 2005, che mostra come solo il 21 per cento delle fonti sono donne - e molti esperti affermano che l’ottantré per cento è composto da uomini. Il punto di vista delle donne non compare da nessuna parte: in politica, solo il 14 per cento è composto da donne, e in economia solo il 20 per cento. Anche quando si parla di violenza contro le donne, la maggioranza delle voci (64 per cento) sono quelle degli uomini.

E i mezzi di informazione come trattano l’argomento?

“Vittima significa debolezza; debolezza signigica vuol dire violenza... e i mezzi di informazione amano la violenza”, afferma Laila Al Shaikhli, anchorwoman di Al Jazeera, che parla delle difficoltà di ottenere una storia vera, quando le donne sono riluttanti a denunciare e perpetuano uno stigma sociale, quando loro stesse partecipano al ciclo della discriminazione, educando i figli con gli stessi paradigmi.

Il risultato è la distorsione dell’immagine femminile.

In Italia, ad esempio, “l’80 per cento delle persone forma le proprie opinioni in base a ciò che la TV trasmette”, ha affermato Emma Bonino, vice presidente del Senato. “E io non sono soddisfatta dell’immagine delle donne trasmessa dai mezzi di comunicazione. E’ un immagine umiliante...Le donne lavoratrici non esistono. Il ruolo dei media è importante in qualsiasi strategia per combattere la violenza. Non è marginale o complementare, è essenziale per formare l’idea della donna”.

In Italia, Silvio Berlusconi controlla all’incirca il 90 per cento dell’audience televisiva attraverso l’impero Mediaset e Rai.

Thenjiwe Mtintso, ambasciatrice per il Sudafrica in Italia, ha parlato come attivista per le tematiche di genere ed ex giornalista durante l’Apartheid, di cosa sia la notizia e la sua proprietà, e di chi la trasmette. Non le donne, ha affermato. E questo deve cambiare, se si vuole eliminare la violenza contro le donne. ©IPS

*Miren Gutierrez is IPS Editor in Chief. (FINE/2009)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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