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AMBIENTE
Ridurre le emissioni migliorando le stufe a carbone
Joshua Kyalimpa

Stufe a carbone in metallo riciclato
Foto: Joshua Kyalimpa

COPENHAGEN, 15 dicembre 2009 - Terraviva COP15* (IPS) - Quando Evan Haigler ha avviato il progetto di miglioramento delle stufe a carbone, sognava di costruirne di efficienti, che producessero meno fumo.


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Sei anni più tardi, il suo sogno ha prodotto risultati fruibili: la sua stufa di acciaio e argilla, sapientemente progettata, oggi si vende in Ghana, Uganda e Bangladesh.

Il centro compatto della nuova stufa è in argilla, in modo da contenere e concentrare più calore ottimizzando una quantità minore di carbone rispetto alle stufe standard in metallo riciclato.

Queste stufe hanno anche il vantaggio di migliorare la qualità dell’aria negli ambienti chiusi, perché producono meno nerofumo, o fuliggine, dovuta a una combustione inefficiente.

Le stufe a carbone tradizionali producono molta fuliggine durante la cottura dei cibi, il che è particolarmente nocivo per la salute delle donne e dei bambini, che solitamente in Africa trascorrono molte ore in cucina. A livello planetario, l’inquinamento atmosferico in ambiente confinato, provocato dalla combustione di biomassa in stufe fumose e inefficienti, causa circa 3 milioni di morti premature all’anno.

I dati sono forniti da David Hanrahan, ex dirigente di programmi ambientali e della Banca mondiale, e oggi capo della divisione operativa dell’istituto Blacksmith, un gruppo ambientalista indipendente che si occupa di inquinamento nei paesi in via di sviluppo.

Alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici di Copenhagen, Haigler e altri scienziati hanno illustrato i vantaggi dell’uso di stufe a carbone ottimizzate.

Il suo gruppo, Impact Carbon, sostiene la diffusione di energia pulita per tutti, fornendo aiuto per acquistare le stufe pulite. Haigler è felice che il progetto stia raggiungendo le comunità avvalendosi di una tecnologia semplice in grado di ridurre le emissioni di CO2.

Dopo un master in scienze ambientali presso l’università di Berkeley, California, Haigler ha ottenuto il sostegno finanziario di JP Morgan Climate Care per lanciare un progetto chiamato UGASTOVES, che consente di produrre le sue stufe in Uganda.

“Queste stufe riducono l’uso di carbone del 30 per cento; il carbone è la principale fonte di energia in Africa, quindi con le stufe UGASTOVES non solo riesco a ridurre le emissioni di carbonio, ma limito anche il taglio degli alberi necessari a produrre il carbone”.

Al momento le stufe UGASTOVES hanno raggiunto 300mila famiglie, nelle principali città ugandesi. Famiglie che ora risparmiano oltre 80 dollari all’anno sull’acquisto del carbone - dice Haigler; quanto basta, cioè, per comprare una bicicletta.

Ad Accra, nel Ghana, si sta portando avanti un progetto analogo, per la produzione e installazione di stufe da cottura ad elevata efficienza, in sostituzione delle pietre usate tradizionalmente per sostenere le pentole sul fuoco aperto.

Nel 2008, a Accra e Kumasi sono state vendute 68 mila stufe nuove, a un prezzo che va dai 30 ai 50 dollari; si tratta di una fornitura potenziale di aria più pulita nelle cucine di circa 400mila donne, compresi 160mila bambini.

Le stufe Gyapa Charcoal and Wood Stoves prodotte a livello locale riducono del 40-45 per cento il tasso di fuliggine nociva nelle case. Dal 2002, Enterprise Works Ghana, Shell Foundation e USAID operano per creare una rete produttiva di stufe in metallo e rivestimenti in ceramica fatta di artigiani e imprenditori locali che possano condurre l’attività con profitto.

Secondo Evan Haigler, se fossero previsti dei finanziamenti per le stufe, molte più persone potrebbero permettersi di acquistarle; si potrebbe salvare la madre Terra e tutelare la vita di donne e bambini.

La domanda di queste stufe, comunque, è in crescita, anche grazie a una campagna di sensibilizzazione sui danni causati dal fuoco domestico.

Entro fine anno, l’impresa nata da una semplice idea per migliorare le stufe a carbone, avrà totalizzato una vendita di almeno 100mila pezzi solo in Ghana, oltre a svariate migliaia in Uganda e in altre zone del mondo.©IPS (FINE/2009)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile ma non riproducibile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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