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“Banmujer incorpora le donne nei benefici dello sviluppo”
Estrella Gutiérrez intervista Nora Castañeda, presidente di Banmujer

CARACAS, Colombia, ottobre 2012 (IPS) - “La nostra ragion d’essere è l’integrazione delle donne nello sviluppo e, soprattutto, nei benefici dello sviluppo”, ha spiegato all’IPS l’economista Nora Castañeda, presidente della banca venezuelana Banmujer sin dalla sua creazione nel 2001.

   
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Nora Castañeda, davanti a un cartello con uno dei motti di Banmujer
Foto: Raúl Límaco/IPS

Castañeda, che si definisce socialista e femminista, ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti delle donne. E questo compito lo continua a svolgere dalla Banca di Sviluppo della Donna (Banco de Desarrollo de la Mujer, Banmujer), che descrive come una “banca diversa” dalle altre istituzioni di microcredito nel mondo.

Dal suo lungo curriculum si apprende che è stata la fondatrice del Centro di Studi della Donna dell’Università Centrale del Venezuela e la coordinatrice delle organizzazioni non governative locali alla Quarta Conferenza Mondiale sulla Donna, tenutasi nel 1995 a Pechino.

Banmujer, l’unica banca pubblica al mondo nel suo genere, destinata alla donna e con servizi completamente gratuiti, ha concesso 150mila microcrediti per un totale di 10,7 milioni di dollari. Segue un estratto dell’intervista.

IPS: Che cosa caratterizza Banmujer come istituzione di microcredito?

NORA CASTAÑEDA: Ci sono diversi tipi di entità di microfinanza, ma Banmujer è diversa da tutte le altre, perché la nostra ragion d’essere non è il guadagno economico.

C’è un'altra cosa che è più importante: l’integrazione delle donne nello sviluppo e, soprattutto, nei benefici dello sviluppo. E questo non si raggiunge solo col microcredito.

IPS: Com’è nata l’idea?

NC: La strada verso Pechino e la conferenza sono state il punto di partenza. Qui le organizzazioni femminili hanno concluso che se qualcosa era in pericolo erano i diritti economici delle donne e che senza di essi non ci sarebbero diritti umani.

Se la base economica della società non cambia per le donne, soprattutto per le più povere, non viene riconosciuta loro nessun’autonomia e le leggi sulla parità dei sessi restano sulla carta.

IPS: Il microcredito allora è un mezzo?

NC: Esattamente. La banca non è solo un’entità per concedere microcrediti. Se fosse così, non faremmo altro che riprodurre il triplo lavoro delle donne (le faccende di casa, l’attività lavorativa e la partecipazione alla vita comunitaria), anche se solo uno di essi è remunerato, dà un guadagno, che per giunta è scarso.

Incorporare le donne nei benefici dell’economia non passa solo per il microcredito, ma anche per l’innalzamento della qualità di vita, attraverso lo sviluppo della solidarietà familiare, il lavoro, l’onestà e la condivisione.

Abbiamo cominciato a lavorare in questa direzione, con percorsi di formazione collettiva, molto tipico della nostra America, molto Sud-Sud. Abbiamo dovuto imparare e disimparare allo stesso tempo. Ci sono valori che sono in realtà antivalori e dovevamo pensare in modo diverso, con il rischio di essere considerate arretrate, complessate o emarginate.

IPS: Per esempio che cosa avete dovuto disimparare?

NC: Abbiamo dovuto disimparare cos’è una banca, perché ci avevano detto che la banca è un’istituzione finanziaria il cui obiettivo è ottenere un rendimento. Abbiamo discusso a lungo il modello e abbiamo deciso di stabilire delle priorità, concentrarci sulle donne più povere e occuparci della femminilizzazione della povertà.

IPS: Qual è il modello alla base di questo processo?

NC: Il modello solidale, basato sulla cooperazione e l’aiuto reciproco. Il modello per cui chi dirige e amministra è servitore pubblico degli altri. Non è stato facile, avevamo dei difetti, non sempre si comprendono i progetti da fuori e non sempre le cose vanno come pensiamo.

È una strada nuova, e lungo la strada si procede per tentativi. In più c’è la variabile del tempo, che è fondamentale: sono processi lenti, ed è difficile capirlo e adattarsi.

IPS: Come arrivano le donne alla banca?

NC: La nostra idea è che sia la banca a dover andare dalle donne. Abbiamo creato dei piccoli gruppi di donne locali con una responsabile in ogni stato.

Abbiamo stabilito inoltre delle alleanze strategiche con le comunità organizzate, con altre istituzioni statali, con le organizzazioni femminili e le chiese.

Andiamo nelle comunità, offriamo il nostro appoggio, chiediamo un semplice business plan e, prima di tutto, formazione. Tutte devono partecipare almeno a tre laboratori, perché possono rischiare di ricevere denaro e fallire nel loro progetto, per ragioni legate alla loro povertà.

La povertà non si combatte a forza di denaro. Per superarla bisogna appoggiarsi a organizzazioni fondate sulla solidarietà, che può anche essere la stessa famiglia. Possono esserci uomini, sempre che a coordinare sia una donna e che siano una minoranza: il problema è che anche se sono in pochi riescono a imporsi e le donne lo accettano, perché di solito è così che funziona.

IPS: Cosa ci si aspetta dalla formazione?

NC: Vogliamo far diventare le donne delle economiste popolari, che si pongano le stesse domande delle economiste di professione: che cosa produrre, come, dove, quando e per chi, con la guida di uno scambio reciproco di conoscenze, che tutte abbiamo anche se non in maniera sistematica.

Sostituiamo poi l’analisi di mercato con una diagnosi partecipativa sulle necessità del quartiere o della comunità, oppure facciamo un’analisi dei costi, che le incorpori come lavoratrici e fissi una plusvalenza adeguata.

L’obiettivo è che la popolazione si occupi di economia, è una cosa troppo seria per essere lasciata in mano ai soli economisti.

Inoltre c’è un monitoraggio e un’assistenza tecnica del tutto gratuiti. Anche questo ci differenzia.

IPS: Quante persone hanno beneficiato di Banmujer?

NC: In modo diretto circa 150mila persone, di cui il 10 percento uomini. E dietro a queste persone ci sono le famiglie, in media di cinque componenti.

IPS: Come funziona la concessione del credito?

NC: In undici anni abbiamo gestito circa 467 milioni di bolivar (circa 10,7 milioni di dollari all’attuale tasso di cambio ufficiale). L’appoggio che offriamo loro dà risultati permanenti.

Abbiamo assegnato 150mila crediti. Ma ne hanno beneficiato in modo indiretto molte altre donne, che finiscono per creare un modello di condotta nella comunità.

I laboratori hanno quest’obiettivo. La nostra missione è imparare ed essere riconosciute come un modello positivo che merita di essere emulato.

Il microcredito è uno strumento, e l’aspetto trasversale è un cambio di valori. Al presidente (Hugo Chávez) abbiamo spiegato che il microcredito è una scusa per arrivare alle donne e con loro, partendo da loro e per loro, organizzarci come popolo. E lui ha risposto: d’accordo, ma date loro il credito (risate).

Lungo il percorso abbiamo deciso di dare priorità all’agricoltura, inclusa quella urbana e periurbana, per affrontare due fenomeni combinati: la femminilizzazione della campagna e della povertà.

IPS: Quali sono le condizioni del credito e del pagamento?

NC: I prestiti durano 48 mesi e sono di 6mila bolivar (1400 dollari) a persona per gruppi di nove persone al massimo. Il tasso d’interesse va dallo zero al sei percento. Non ci sono guadagni, è senza scopo di lucro, ma anche senza scopo di perdita.

Riceviamo un sussidio dallo Stato (qualcosa di unico nel caso delle donne) per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, tra cui quello di eliminare la povertà e dare autonomia alle donne. Facciamo più economia possibile, per far sì che i nostri bilanci non siano mai in perdita.

In questo modo le donne ricevono ogni volta di più. Quelle che pagano ottengono un nuovo credito, ecco perché tutte si premurano di pagare. Otteniamo un incasso permanente. A volte invece di pagare tutto in una volta, pagano una parte, ma poi si mettono in pari. © IPS(FINE/2012)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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