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Abbandonare le armi nucleari: lezioni dal Sudafrica
Analisi di John Fraser

JOHANNESBURG, feb, 2013 (IPS) - Non è che si possa dire molto in difesa del regime dell’apartheid in Sudafrica. Razzista, violento per la brutale persecuzione di molti dei suoi cittadini, e disprezzato in tutto il mondo

   
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National Nuclear Security Administration/CC-BY-ND-2.0
Foto: National Nuclear Security Administration/CC-BY-ND-2.0

Tuttavia, sul finire dell’apartheid, le autorità sudafricane fecero un passo che ebbe delle implicazioni importanti per il Paese e per il continente africano: smantellarono il programma militare nucleare.

“La prima fase comportò la demolizione delle sei testate nucleari del Sudafrica (più una parzialmente assemblata)”, ha riportato Greg Mills, capo della Brenthurst Foundation di Johannesburg, un ente di ricerca che offre consulenza ai governi africani.

“Una decisione in questo senso fu presa dall’allora presidente F.W. de Klerk nel febbraio del 1990, poco dopo la scarcerazione di Nelson Mandela e la caduta del bando al Congresso nazionale africano (Anc), al Congresso panafricanista e al Partito comunista sudafricano”.

Il Sudafrica aderì al Trattato di non proliferazione (Npt) il 10 luglio del 1991. Sette settimane dopo, il 16 settembre, il paese firmò un accordo di salvaguardia globale con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), autorizzando la Aiea a frequenti ispezioni dei suoi impianti.

“Le autorità sudafricane cooperarono pienamente con la Iaea durante tutto il processo di verifica, e nel ’92 ricevettero l’apprezzamento dell’allora direttore generale dell’agenzia, il Dr. Hans Blix, per aver fornito agli ispettori accesso illimitato e una quantità di dati maggiore rispetto a quella richiesta dal Safeguards Agreement”, ha aggiunto Mills.

“La seconda fase comportò lo smantellamento del programma sudafricano di missili balistici, che iniziò nel 1992 e durò circa 18 mesi.

“Il processo culminò con l’ammissione al regime di non proliferazione nel settore missilistico (Mtcr) nel settembre del 1995, dopo la verifica della distruzione dell’ultimo motore dei missili”.

“La terza fase comportò la conclusione del programma di guerra chimica e biologica del Sudafrica”.

Mills ha concluso che grazie a questo il Sudafrica “occupa una posizione unica al mondo in quanto è il primo Paese ad aver volontariamente smantellato il proprio potenziale nucleare”.

“L’esperienza (sudafricana) evidenzia chiaramente l’importanza di creare il giusto ambiente in cui i regimi possono sentirsi abbastanza sicuri di sé per disarmare e rimanere disarmati”.

Mentre – per una volta – le azioni dei leader dell’apartheid furono sicuramente degne di lode, c’è qualche dubbio riguardo alle motivazioni. Davvero smantellarono le armi nucleari del paese perché credevano in un’Africa senza le armi nucleari?

O avevano motivazioni più ciniche? Avendo intuito che i neri avrebbero prevalso, hanno forse smantellato le armi nucleari sudafricane per tenerle fuori dalla portata di Nelson Mandela e dall’incombente amministrazione dell’Anc?

Terence McNamee, collega di Mills e vicepresidente della Brenthurst Foundation, ha scritto nel quotidiano di Johannesburg «Star» che la nazione che ha smantellato le armi nucleari “non fu il Sudafrica dell’attuale presidente Jacob Zuma, ma un’altra nazione, un paria internazionale, per fortuna ormai estinto”.

“Zuma senz’altro crede, come la maggior parte dei colleghi più anziani attivi durante la transizione democratica, che le persone che hanno costruito l’arsenale nucleare del Sudafrica – il regime dell’apartheid – lo hanno distrutto perché non volevano che finisse nelle mani dell’Anc”.

Ha realizzato che de Klerk aveva aspettato fino al marzo del 1993 per riferire al mondo dello smantellamento delle armi nucleari, e fino ad allora “nessuno, nemmeno Nelson Mandela, era stato informato che il programma era stato abolito (tanto meno che esistesse)”.

Mentre le armi nucleari ormai non trovano posto in Sudafrica, o nel continente africano, ci si aspetta sempre di più che l’energia nucleare servirà per aiutare a fornire parte del mix energetico del continente.

“Il nucleare potrebbe aiutare a rispondere alla eccezionale carenza di energia degli stati africani: il continente produce circa gli stessi livelli della Spagna, nonostante abbia una popolazione 20 volte superiore”, ha detto Mills all’IPS.

“Ma le preoccupazioni sull’uso del nucleare in Africa vanno al cuore del problema: la governance”.

L’esperto di branding Jeremy Sampson crede che il governo sudafricano abbia ricevuto delle ricompense per la sua decisione di smantellare l’arsenale nucleare.
Foto: John Fraser/IPS

L’esperto di branding Jeremy Sampson della Interbrand Sampson, impresa di consulenza sul marchio con sede a Johannesburg, osserva che in termini di immagine la decisione del Sudafrica di smantellare il programma nucleare militare ha fatto aumentare la sua autorità morale sulla questione della non proliferazione.

“Gli ultimi due decenni hanno visto un sensibile aumento dell’importanza del brand e delle questioni legate alla reputazione”, ha detto all’IPS.

“Questo oggi non riguarda più soltanto le aziende, i prodotti e i servizi, ma anche le persone, e perfino le nazioni”.

Chiedendosi quale sia il vero motivo dello smantellamento del programma nucleare militare, Sampson ipotizza che il regime possa aver ricevuto delle ricompense per questa decisione, che non sono ancora venute alla luce.

“Il Sudafrica ha davvero sviluppato una testata nucleare? Chi li ha aiutati? C’erano delle prove in fondo all’Atlantico del sud, e come sarebbero state usate?”, si chiede.

Secondo Sampson la decisione del Sudafrica di abbandonare volontariamente il nucleare solleva molte domande.

“Il regime dell’apartheid era davvero disperato? Le sanzioni cominciavano a farsi sentire? Cosa venne barattato, quali garanzie vennero date, i fondi segreti furono davvero istituiti in tutto il mondo per i fuggitivi, come era successo in Germania alla fine della Seconda guerra mondiale?

“Qualche altro Paese ha abbandonato in modo volontario il proprio programma nucleare, che ha richiesto anni e miliardi per svilupparsi?”.

Sampson sostiene che quali che fossero le ricompense, devono essere state “molto, molto significative. L’attività militare in Angola e il sostegno a Jonas Savimbi (leader dei ribelli angolani) devono essere state in cima alla lista”.

Frans Cronje, vice Ceo dell’Istituto sudafricano per le relazioni razziali dell’Istituto sudafricano per le relazioni razziali, un altro think tank di Johannesburg, suggerisce che il regime dell’apartheid fu messo alle strette dall’Occidente, e forse anche dalla Russia, affinché rinunciasse al suo programma nucleare militare.

“Il tutto fu mascherato da onorevole ritirata da un’Africa nucleare”, ha detto all’IPS.

“È probabile che i Paesi occidentali e anche la Russia fossero preoccupati che uno stato africano indipendente avesse armi nucleari”.

E sostiene anche che oggi il Sudafrica sarebbe più forte a livello internazionale se avesse conservato l’arsenale nucleare. “Uno stato africano nucleare sarebbe preso più sul serio e avrebbe un ruolo di leadership più forte.”

“In termini di leadership, rinunciare al nucleare produce l’effetto opposto: riduce l’influenza in questioni estere e di politiche internazionali”.

“Se rinunciare al nucleare facesse crescere la propria influenza, gli altri non vedrebbero l’ora di abbandonare i propri arsenali”.

Potremmo non sapere mai tutte le motivazioni, ma la decisione del Sudafrica di smantellare le sue armi nucleari ha procurato dei veri benefici morali che durano ancora oggi. (FINE/2013)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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