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La voce delle donne siriane per un nuovo futuro
Shelly Kittleson

Gaziantep, TURCHIA, nov, 2014 (IPS) - Per la maggior parte delle donne siriane, la guerra è stata una catastrofe. Per alcune di loro, è stata anche in parte liberatoria.

   
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Shelly Kittleson/IPS
Foto: Shelly Kittleson/IPS

Per Yasmine Merei, caporedattrice della rivista femminile siriana Saiedet Souria (Donne Siriane), il ribaltamento dei ruoli familiari tradizionali e l’affrancamento da una cultura della paura sono stati effetti senz’altro positivi.

Molte donne siriane si sono ritrovate a dover mantenere da sole la propria famiglia, in mancanza dei mariti, finiti in carcere, feriti o uccisi, ha spiegato all’IPS: doversela cavare da sole può essere un’esperienza terribile ma può anche liberare le donne dai vincoli imposti loro dalla tradizione.

“Se non è più il marito a pagare per ogni cosa e ad avere quel determinato ruolo nella società, non ha più il diritto di dirti cosa fare”, ha aggiunto Mohammad Mallak, fondatore e redattore capo della rivista, fondata lo scorso anno. Mallak gestisce anche la rivista partner Dawda (Rumore), dallo stesso ufficio di Gaziantep, nella Turchia meridionale.

Solo alcune delle foto contenute nella rivista mostrano donne a capo coperto. Merei ha deciso di togliere il velo all’inizio di quest’anno, dopo averlo indossato “per circa vent’anni”, essendo cresciuta in una famiglia sunnita povera e conservatrice.

Merei ha cominciato a partecipare alle proteste del 2011 contro l’ingiustizia della legge siriana, in particolare nei confronti delle donne, racconta. Per una vecchia legge, ad esempio, le donne non possono trasmettere la cittadinanza ai figli; o ancora, il delitto d’onore è molto diffuso e resta tuttora impunito.

Dopo essersi specializzata in linguistica, Merei, come molte donne siriane, ha dovuto farsi carico della propria famiglia, mandando denaro alla madre e ai fratelli, entrambi in carcere e rilasciati solo dopo il pagamento di cospicue mazzette.

Il padre anziano è morto poco dopo essere finito anche lui in prigione, e dopo che la famiglia era stata sfollata dalla loro casa.

Raccontare storie di donne non vuol dire però soltanto riportare le storie di vittime di orrori e di stenti. Merei vuole soprattutto offrire le informazioni e gli strumenti necessari perché le donne acquisiscano una visione più ampia del mondo e possano far sentire la loro voce, in una rivoluzione che le ha per lo più ignorate.

Sfogliando le pagine della rivista e visitando la sua pagina Facebook leggiamo il resoconto di prima mano di una donna torturata nelle prigioni del regime siriano, accanto a una recensione del libro “L’eunuco femmina” di Germaine Greer, e all’intervista con una agente di polizia nelle aree occupate dall’opposizione.

Troviamo articoli che analizzano le ripercussioni negative di una dipendenza economica forzata, sia sulle donne sia sulle economie nazionali; altri, in cui si esaminano le complicazioni sulla salute riscontrate nei campi profughi, come la tubercolosi; un editoriale firmato da un’avvocatessa che vive ancora nei territori occupati dal regime dopo 13 anni passati in carcere per motivi politici; e ancora, alcuni articoli tradotti dai media internazionali, che danno un ampio respiro alle circa 50 pagine da cui è formato ogni numero del periodico.

Saiedet Souria ha anche una sezione dedicata alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (Cedaw) – la “carta dei diritti internazionale delle donne” adottata dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1979 – che sarà pubblicata integralmente con il prossimo numero, dice Merei.

La tiratura è di circa 4500-5000 copie per ogni edizione (di cui circa 3500 distribuite in Siria attraverso uno dei suoi quattro uffici) e la pagina Facebook, dove gli articoli vengono regolarmente inseriti, ha più di 40.000 followers.

Per un paese dove Facebook e Youtube sono stati banditi dal 2007 a febbraio 2011, e dove internet ed elettricità scarseggiano, sono cifre importanti. Dal 2006, peraltro, la Siria è sulla lista dei nemici di Internet di Reporter senza Frontiere.

Oltre agli uffici che abbiamo a Daraa, Damasco, Suweida e Qamishli, presto apriremo un nuovo ufficio ad Aleppo, dice Merei. “Le dieci donne che lavorano per noi hanno un salario fisso di 200 dollari – spiega - e sono responsabili della distribuzione, per lo più nei mercati e nei consigli locali, ma anche di organizzare incontri con le donne e altre iniziative analoghe”.

Reporter senza Frontiere ha promosso due workshop per aiutare il periodico, in aprile e in settembre di quest’anno, proponendo di donare attrezzature, ma “noi avevamo già un equipaggiamento di base, con stampanti e computer”, grazie a un investimento iniziale di Mallak, ha spiegato.

“Ciò di cui avevamo bisogno in realtà era carta e inchiostro, per far arrivare la rivista al maggior numero di donne possibile”. Perciò, RSF ha fatto un’eccezione e ci ha dato quello che ci serviva”.

L’obiettivo, afferma Merei, è “aiutare le donne siriane a riconquistare la fiducia in se stesse”.

Una fiducia minata dalla guerra e da una “religione” utilizzata per controllare le donne nelle aree islamiche, dove “sembra che il paese sia tornato indietro all’età della pietra”.

“Io sono musulmana sunnita ma l’Islam in quei territori non somiglia a niente che io conosca”.

“Uno dei problemi principali è che l’intellighenzia siriana è in prigione, all’estero oppure è morta”, ha spiegato all’IPS un cittadino siriano che ha vissuto quasi tutta la vita all’estero ma è tornato di recente per aiutare ad aprire dei corsi universitari ad Aleppo, zona occupata dall’opposizione. “Non è rimasto più nessuno per creare qualcosa, nessuno per avanzare delle idee”.

È anche a questo che la rivista, con le sue attività correlate, sta cercando di rivolgersi, dice Merei. “Stiamo tentando di dare ai siriani le informazioni e le conoscenze di cui avranno bisogno in futuro”.

(Traduzione e editing a cura di Francesca Buffo)(FINE/2014)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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